Era insolitamente caldo a Milano per essere la fine di Aprile. Salii in macchina, aprii il finestrino e mi accesi la sigaretta. La radio trasmetteva la voce di Nick che sapevo mi avrebbe tenuto compagnia fino all'arrivo a casa. Ero stato a cena a casa di Anna trascorrendo la serata in compagnia sua e delle sue compagne di appartamento. Cinzia, la sua migliore amica nonché compagna di corsi, indossava il solito fuseaux nero e la maglietta corta che usava in palestra. Ormai c'ero abituato, ma la sua terza abbondante sui suoi 43 chili per 1,70 faceva sempre un certo effetto. Alessandra invece era giù da gara: un paio di shorts di jeans dai quali usciva mezza chiappa per lato ed una canotta bianca di cotone elasticizzato che evidenziava il seno piccolo, tondo e sodo, lasciando intravedere le grosse areole scure da cui sporgevano capezzoli ai quali ci si poteva appendere il cappotto. Povera la mia ciccia, non poteva competere! Non appena fu possibile sbotto in un secco: "TROIA! Non può mettersi una tuta come facciamo noi?" trovando un naturale ma ipocrita sostegno in Cinzia. La mia reazione fu, sotto certi aspetti, più dura. Al momento di salutarla sulla porta con un bacio, notò, oltre al mio calore, il gonfiore nei mie pantaloni, ma fortunatamente se ne attribuì il merito. Avviai il motore e, vista l'ora, decisi di attraversare la città. Fare venti chilometri di tangenziale non mi andava, e poi avrei visto qualche giovane prostituta che avrebbe contribuito a tenermi su il morale: la circonvallazione ne era piena. Viaggiavo piano osservando le ragazze. Pensando che non erano vestite poi molto diversamente da Alessandra, le sorridevo e rispondevo ai saluti e agli ammiccamenti di quelle più carine. Al semaforo di corso Indipendenza mi si affiancò un'Audi. Dal finestrino sporgevano un viso da bambolina e un seno procace stretto nel push-up. Riconobbi la ragazza, avevo ricambiato un suo bacio al volo poco più indietro. Inginocchiata sul sedile con il sedere messo in bella mostra all'attempato autista, sembrava insensibile alla mano che, alzata la minigonna plissè, palpava insistentemente tutto ciò che poteva. Con voce la squillante dall'accento slavo, la bambolina mi chiese una sigaretta. La tirai fuori dal pacchetto e gliela porsi. Nel prenderla mi tenne la mano tra le sue e guardando prima la sigaretta poi me, mi propose di passare dopo me mezz'ora che me l'avrebbe ridata. Declinai cortesemente e lei maliziosa insistette proponendomi di passare un altro giorno, l'offerta era sempre valida. Le sorrisi lusingato dalla sua insistenza. Non avevo dubbi che fosse sincera, ma ringraziai, mi liberò la mano. Venne il verde. La salutai mandandole un bacio che ricambiò. L'attempato autista mi lasciò sfilare davanti a lui. Guardando nello specchietto retrovisore, vidi la biondina accomodarsi sul sedile ed accendersi la sigaretta. Le sue mani curate, il tocco morbido, la pelle liscia, gli occhi azzurri, di ghiaccio e il gioco di allusioni di prima, avevano eccitato. Per la terza volta nella serata il cavallo dei pantaloni mi stava dando fastidio. Lo sistemai e svoltai a sinistra. Lasciando la circonvallazione presi una strada che portava verso Nord. Da li a poco avrei visto seni al vento, chiappe all'aria e, purtroppo, qualche uccello fuori dal nido. Le scariche di testosterone improvvise, infatti, mi fecero venire voglia di fare una deviazione per continuare questo piacevole su e giù. Stavo andando nella zona dei "viados" (in quel periodo non si usava dire transessuali e la zona attorno alla stazione di Porta Garibaldi ne era addirittura affollata). Avevo già fatto dei puttan-tour con amici, più che altro era gente di fuori Milano a cui si faceva vedere qualche gran pezzo di gnocca per poi rivelargli che avevano sotto una fava di tutto rispetto. Altre volte passavo di li per tornare a casa. In ogni caso vedere dei bei corpi mezzi nudi mi faceva salire la pressione, che prontamente calava nel vedere certi scaricatori di porto mal rasati che tentavano di spacciarsi per donne. Girai intorno alla stazione, andai in strade dove tutti erano in colonna a guardare, in vie dove, per passare un incrocio, ci si impiegava un quarto d'ora e si veniva abbordati venti volte. Con qualche viado scambiai qualche battuta, ma il mio gusto era soprattutto quello di guardare pur sapendo che anche la più bella di quella zona era pur sempre un uomo. Decisi che era ora di smetterla e di tornare a casa, avrei scaricato li le mie voglie masturbandomi. Di meglio non si poteva fare. Passai davanti alla stazione, al Monumentale e poi, poco dopo una piazzetta piena di viados, notai una ragazza mora, ricciola. Era vestita con una camicetta a maniche corte chiara, di un colore pastello che la luce giallognola dei lampioni non lasciava definire, una gonna sobria, nera, al ginocchio, con due spacchi sul davanti, molto aderente sui fianchi e sandali eleganti, anch'essi neri, con laccio alla caviglia e tacco alto. Riuscii a vederla bene perché ero il primo della fila al semaforo e lei era poco dopo l'angolo opposto al mio, ferma appena giù dal marciapiede davanti all'ampio passo carraio di un garage. Aveva anche una giacca nera piegata sul braccio che reggeva anche una piccola borsa. Mi diede l'impressione che stesse aspettando qualcuno, forse un taxi. Quando le passai davanti e la guardai, mi sorrise. Conoscevo quell'espressione. L'avevo vista non più tardi di un'ora fa dalle ragazze della circonvallazione. Pensai di essermi sbagliato, era in zona monumentale ed era troppo vestita per essere un viado. D'altronde non poteva essere una ragazza, non glielo avrebbero permesso. La mia conclusione fu di aver sbagliato a capire il sorriso. Il dubbio, però, rimaneva. Feci un giro per tornare in quel punto, quasi convinto di non trovarla più ma incuriosito di sapere cosa facesse li a quell'ora. Arrivai sulla piazzetta dal senso opposto a quello precedente e la vidi. Un altro rosso mi diede il tempo di osservarla ancora: un metro e sattantacinque circa, vita stretta un bel viso ben disegnato dal trucco non eccessivo. Era una donna. Verde. Girai intorno alla piazzetta deciso a scoprirlo e mi fermai abbassando il finestrino. L'accento portoghese e la voce, seppure molto meno maschia di altre, fecero spostare l'ago della bilancia a favore del trans. I modi nel porsi e nel proporre il "tariffario" lo facevano pendere a favore della donna. C'era un'unica cosa che non pendeva; almeno sperai fosse l'unica. Le chiesi di salire in macchina per parlarne mentre si faceva un giro, lei accettò, si accomodò in macchina e partimmo. Nonostante i finestrini aperti mi arrivò subito il suo profumo dolce, fresco, di fiori, di frutta. Dava l'idea dei profumi usati dalle adolescenti senza però averne l'invadenza. Le guardai il viso per cercare di risolvere il mio dubbio e mi si presentarono due occhi verdi, una bocca carnosa, un naso leggermente schiacciato e i tratti somatici tipici da mulatta, ma su una carnagione chiara. Era molto bella. Non riuscii a darle un'età. Sicuramente non era giovanissima, lo si capiva dai particolari, della cura del trucco, dall'abbigliamento, dagli sguardi. Mi presentai con un nome falso e le chiesi il suo per rompere il ghiaccio. La sua voce non suonava più maschia ma calda, sexy. Non mi sentivo a mio agio, non riuscivo a capire, ma nello stesso tempo non volevo chiederle esplicitamente se fosse un transessuale e lei non me lo disse. Pensai di terminare l'avventura chiedendole di andare a casa sua e poi rifiutare per ragioni economiche. Mi spiazzò. Era quello che mi aveva "esposto" prima e precisò che lei non lavorava in macchina per strada: aveva paura. Non mi potei, o non volli, rifiutare. Mentre mi indicava la strada per casa sua, tentai di convincermi che, se anche fosse stata un transessuale, non sarebbe stata la mia prima esperienza omosessuale. Masturbazioni di gruppo ne avevo fatte da ragazzo e, a militare, avevo lasciato che un uomo mi facesse un servizio orale sulla poltrona di un cinema porno. Avrei potuto comportarmi allo stesso modo e lasciar fare a lei. Questi pensieri ebbero l'effetto di far cadere in picchiata il mio entusiasmo, ma di stuzzicare la mia curiosità. Giunti in prossimità di casa sua mi fece parcheggiare, scese dall'auto, attraversò la strada e si avviò verso casa sua. Chiusi la macchina e la seguii. La guardavo camminare. Non poteva essere che una donna, e che donna. La camminata così sicura sui tacchi alti, il sedere alto, i fianchi ampi in contrasto con la vita sottile ricordavano le attrici dei film in bianco e nero. Mancavano due misure di reggiseno e poi sarebbe stata una maggiorata anni 50. La sua femminilità mi travolse; la raggiunsi e la presi per mano. Ricambiò con una stretta morbida ma decisa, si girò, mi sorrise e mi indicò il suo palazzo. Arrivammo davanti al portone di una casa di ringhiera, lei aprì ed entrammo. Attraversammo tutto il cortile per imboccare lo scalone di pietra nera nell'angolo di destra. La sensazione che tutti mi stessero guardando, anche se in realtà non sentivo voci e non avvertivo movimenti, mi fece lo strano effetto di eccitarmi. Non mi sentivo in colpa. Per niente. Ero anzi fiero di accompagnarmi alla bellissima donna che stava salendo le scale davanti a me e che mi piaceva così tanto. Il suo appartamento era il secondo sul ballatoio del secondo piano, entrammo accolti da una luce giallo tenue, calda che proveniva da una lampada a terra vicina al divano posto sulla destra. Era la tipica casa di ringhiera ristrutturata con il primo ambiente che faceva da zona giorno e cucinotto e una porta che dava sulla zona notte. Era ordinata, arredata in modo funzionale, vissuto e adatto a viverci. Mi sentivo a casa sua, non in pied-a-terre. Chiuse la porta e si appoggiò al mio braccio per spogliarsi i sandali che posò su una piccola cassapanca all'ingresso. La ressi per aiutarla, e finito, mi accorsi che era leggermente più bassa di me. Non le lasciai il tempo di spostare il suo braccio sinistro dalla mia spalla e, facendo pressione con il mio destro rimasto dietro la sua schiena, la feci ruotare fino trovarmela di fronte. Cominciai a carezzarle il viso con la mano sinistra. Mi prese la testa fra le mani, si avvicinò, mi diede un bacio leggero sulle labbra e dicendomi di aspettarla un minuto e di accomodarmi, si allontanò il direzione della porta chiusa. Spogliai le scarpe e le calze, le misi accanto alle sue e andai fin sul morbido tappeto davanti al divano guardandomi attorno. Portafoto di varia foggia sparsi ovunque la ritraevano sempre in compagnia di persone che parevano essere suoi familiari. Una mi colpì. La donna con lei era sicuramente sua madre, sembrava di vedere lei invecchiata di quindici o vent'anni, con i capelli raccolti, il volto di chi ha lavorato duramente una vita, ma con lo stesso sorriso e la stessa malinconia negli a occhi. "E' mia mamma" disse arrivando da dietro e appoggiandosi alle mie spalle con gli avambracci. Le dissi che era bella come lei e che si somigliavano molto. Mi abbracciò passando le mani sul petto e mi ringraziò. Chiesi del bagno e, quando tornai, la vidi seduta sul divano con i gomiti appoggiati alle ginocchia strette, le mani unite per i polsi a reggere il mento e con la stessa aria di attesa di prima. Mi venne in mente che non avevamo ancora sistemato il lato economico della faccenda, così estrassi il portafogli dalla tasca e le porsi quanto chiesto. Si alzò dal divano e mi fece cenno di appoggiarli sul tavolo dietro di me. Mi assalì di nuovo il dubbio. Uomo o donna. Non lo sapevo ancora, non volevo saperlo ora che si avvicinava e sentivo più forte il suo profumo. Era di fronte a me. Le sue mani m'accarezzavano le spalle e il collo, le mie salirono dai suoi fianchi a seguirne il profilo fino a sfiorare il seno ed arrivare alle spalle. Scendendo cominciai a slacciare i bottoni della camicetta. Uno, due, il seno mi apparve dalla scollatura. Tre, quattro, il reggiseno con i ferretti non era imbottito. Cinque, sei. Finiti. Allargai le braccia per sfilarle la camicetta e le sue mani scesero veloci sul mi petto fino alla cintura che slacciò lentamente per poi continuare con i bottoni dei jeans. Stava per chinarsi e togliermeli ma fui più svelto, le spogliai la camicetta e l'appoggiai sulla poltrona in parte a noi. Continuò lei l'opera. Non feci nulla per aiutarla. D'improvviso avvertii il calore della sua bocca sul mio pene attraverso gli slip, infilai le dita nei folti ricci neri freschi di permanente e mugugnai più volte il suo nome. Quando si staccò per sfilarmi i calzoni, tolsi velocemente la polo e la misi sulla sua camicia. Le posai le mani sulle spalle per farla continuare ma lei, lentamente, salì strusciando i seni sul mio corpo, le mie mani le scorsero sulla schiena fino a trovare l'allacciatura della gonna che, una volta aperta, scivolò sui fianchi con il leggero fruscio dato dal contatto della fodera sulle culotte di seta. Si chinò a raccogliere la gonna e i pantaloni rimasti sul pavimento, si raddrizzò restando davanti a me con quel completo intimo color pesca, che quasi si perdeva nella tonalità data dalla luce tenue della lampada alla sua pelle. Mi chiesi se era possibile che un gesto così banale fosse eseguito con più femminilità e più grazia da una donna o da un uomo. La risposta arrivò guardandola camminare davanti a me dopo avermi preso per mano per portarmi nella sua camera. Davanti alla dolcezza di quel gesto non mi trattenni e, cingendole la vita con il braccio, le dissi più volte che era bella. Si sdraiò sul letto guardandomi, con la pianta del piede sinistro appoggiata sul copriletto ed il ginocchio alzato. Una lampada di carta di riso emanava luce bianca ma fioca, illuminandole la gamba alzata e proiettando un'ombra lunga fin sulla parete. Mi spogliai gli slip e mi sistemai alla sua sinistra, carezzandola. Le abbassai il ginocchio, facendola girare a pancia sotto per poi salirle a cavalcioni e cominciare a massaggiarle la schiena. Slacciai il reggiseno. La sentii rilassarsi sotto le mie cure. Raccogliendo le braccia sotto la testa girata verso sinistra, chiuse gli occhi e si lasciò fare. La sua pelle morbida, setosa, sotto le mani mi dava piacere. La seta del suo intimo che sfiorava il mio, non fece che aumentare la voglia di lei. Ora volevo annusare il suo profumo, sentire l'odore dei suoi capelli, prendere in mano i suoi seni e giocare coi capezzoli. Le scivolai di dosso tornando a sdraiarmi, su un fianco, alla sua destra. Si girò mostrandomi la schiena, appoggiando le natiche al mio sesso. Il mio massaggio passò dalla schiena al petto. Finendo di levarle il reggiseno mi riempii la sinistra con un suo seno. Con il braccio destro attraversai i ricci passandole sotto la testa per stringere l'altro. Sembrava mi avesse letto il pensiero. Il seno morbido, che stava giusto nelle mie mani, non sembrava finto, ma aveva il difetto di essere fermo al suo posto, di non cadere. Il profumo dei capelli era di un noto shampoo alla frutta, in armonia con il sapore della pelle che nel frattempo cominciai a baciare. La feci partecipe dei miei pensieri sulla sua bellezza e sulla sua femminilità. Appoggiò le mani alle mie e, con il suo aiuto, il massaggio al seno prese vigore, così come i capezzoli presero ad indurirsi. Sentii il suo respiro riempirsi, ampliarsi, il mio petto gonfiarsi allo stesso ritmo e premere sulla sua schiena. Scivolai con la sinistra lungo il fianco fino alle culotte, la superai, cominciai a carezzarle le gambe lentamente. Alzò il ginocchio sinistro verso il petto lasciando la gamba destra tesa. Non sentivo più il contatto del suo sedere sul mio sesso, in compenso mi trovai in mano i glutei sodi fasciati di seta. Mi strinsi a lei e le baciai il collo, mi aiutò spostando la massa di ricci neri. La nostre mani destre non avevano mai lasciato il seno e non si erano mai staccate. Presi a carezzarle le cosce, risalii su all'interno e sentii i suoi genitali. Cazzo!. Mi fermai un attimo, un secondo. Si irrigidì. Anche quando ripresi a carezzarla avvertivo che si era incrinato qualcosa. Avevo sbagliato? Avrei dovuto prenderglielo in mano? Continuai come prima, ma lei non stringeva più la mia mano al seno. Facendo la strada inversa con la sinistra, risalii carezzandole il fianco fino ad arrivare alle spalla. Il suo respiro era rotto, non più pieno. Sospirò. Le carezzai il viso e una lacrima mi inumidì il dorso della mano. Non mi diede il tempo di parlare. Girò la faccia quasi a nascondersi. "Hai capito", furono le parole che disse a metà tra l'affermazione e la domanda. Non potevo non aver capito e lei lo sapeva, ma cercava, esattamente come avevo cercato io per tutta la sera, di evitare questo momento. E' strano come, in certe situazioni, le fragilità degli altri sembrino dare impulsi positivi alle nostre azioni. Provai tenerezza per quella ragazza che avevo coccolato tutta sera e che adesso aveva paura. Si, era paura. La mia paura di trovarmi davanti un uomo era, probabilmente, molto minore della sua di non essere vissuta come donna. Ricominciai a carezzarle il viso, mi inginocchiai rivolto verso lei e la feci voltare per farle illuminare il volto dalla debole luce della lampada. Le sorrisi e le spiegai che non mi importava dei sui attributi, che volevo continuare a fare l'amore con la donna più bella che avessi mai avuto e che, se avesse voluto, non l'avrei più toccato. Mi chiese se mi imbarazzava e le dissi di no, che volevo però farla sentire il più possibile donna e che avrei evitato di toccarle i genitali. Divertita mi disse che non si era mai sentita così donna ma che avremmo rovinato tutto se cercavamo di ignorare ciò che lei era. Mi chiese solo di non masturbarla e di non farle prendere un ruolo attivo, tutto il resto sarebbe andato bene. Mi tese le braccia, mi chinai verso lei e stetti con la guancia poggiata sul suo petto finché allentò la presa, poi le asciugai gli occhi con i pollici e, passando le mani nei capelli, portai la sua bocca sulla mia e la baciai dolcemente. Dopo che le parole avevano abbassato i livelli di ormoni, il bacio li fece schizzare alle stelle. Fu come ricominciare daccapo con la consapevolezza, però, di non dover temere più nulla e non poter commettere altri errori. Cominciammo a giocare. Mi tirai nuovamente in ginocchio. Poggiando un piede sul mio petto mi spinse delicatamente giù dal letto. Dopo un breve massaggio al piede condito da complimenti feticisti, si sedette di fronte a me e cominciò a darmi piccoli baci sul pube. Tenendo in mano i testicoli prese a baciarmi anche il glande. Piccoli bacetti, senza mai prenderlo in bocca, su e giù per il pene, su e giù dal pene, mentre con le mani mi toccava il sedere, la schiena e il petto, la carezzavo, e il mio respiro si affannava, stavo tremando. Ad ogni suo bacio le gambe provavano una scossa. Si allungò verso la mensola che fungeva da comodino per prendere i preservativi. Le chiesi di aspettare e mi inginocchiai davanti a lei. L'unico indumento che avevamo indosso erano le sue culotte. Volevo levarle. Volevo togliere anche quell'ultimo velo che nascondeva una verità non più scomoda, ormai accettata. Si stese sul letto e inarcò la schiena per facilitarmi il compito. Mi trovai di fronte le sue gambe lisce che baciai risalendo fino al pube rasato. Era la prima volta che sentivo il contatto di un pene sulla faccia. Al contrario di quanto sempre pensato, non mi diede fastidio; forse perché molto piccolo e completamente moscio, forse perché ormai i miei freni inibitori sembravano quelli della bicicletta di Bugno in fondo alla discesa del Mortirolo o, più probabilmente perché non esisteva più un transessuale in quel letto. Continuammo a giocare. Si improvvisò padrona e mio ordinò di leccarle l'ombelico, poi la pancia, poi i seni, prima il sinistro poi il destro. Obbedii, ma fui monello quando mi ordinò di non leccarle i capezzoli, così mi sculacciò piano. Ridemmo abbracciati. Ci guardammo negli occhi e ci baciammo con passione. La stessa passione che segnò tutti i gesti, gli sguardi e le parole successive. In crescendo. Ci stringemmo forte petto contro petto, sesso contro sesso. Le sue dita artigliate nella mia schiena. Le mie mani pressate sul suo fondoschiena e dietro il suo collo. La volli sopra di me. Sentivo la riga tra le sue natiche accogliermi e massaggiarmi allo stesso ritmo con cui le torturavo i seni. Lo sguardo dolce scomparso. Gli occhi le brillavano di voglia. Senza scendermi di dosso, prese il preservativo si girò e coprì la mia cappella. Il resto fu coperto dopo che uscì la prima volta dalla sua bocca. Mi stava facendo un pompino stupendo, e io avevo di fronte agli occhi, non più il suo viso ma le natiche aperte e il suo piccolo membro moscio. Fui veramente tentato di prenderlo in bocca. Mentre le solleticavo l'ano pensavo a che sensazione mi avrebbe dato riempirmi la bocca della sua carne, sentirla gonfiare sotto i colpi della mia lingua, sentire il suo sperma caldo in gola. Mi trattenni. Le avevo promesso di trattarla come una donna. Le chiesi di scendere, più che altro perché la mia resistenza era stata minata dalla sua bravura e dai miei pensieri. Sdraiato sul fianco sinistro, la feci sdraiare sullo stesso fianco in modo tale da mantenere la posizione di prima. Lei riprese subito. Mi arresi. Mi concentrai su come farla godere e mi ricordai di un gioco che mi aveva fatto Anna e che mi era piaciuto un sacco. Scorrendo con la destra dalla coscia al pube, spostai i genitali e mi portai verso l'ano fermandomi alla base del pene nel punto che corrisponde, più o meno, alla vagina femminile. Cominciai a masturbarla con l'indice e il medio, come quando da ragazzino toccavo le prime femmine: senza entrare e con un movimento circolare. Le piacque. Rallentò e mi diede una piccola tregua. Si staccò da me per dirmi, ansimando, di non smettere, di andare avanti così. Sentirla così eccitata mi rese felice. Avevo ottenuto il mio scopo. Le palpai con forza i glutei e le baciai le cosce leccandola e mordicchiandola. Non la trattenni più. Si scatenò in un su e giù profondo che mi faceva sparire completamente nella sua gola. Sentii il mio orgasmo arrivare violento. Gridai il suo nome ad ogni suo affondo e spinsi le dita come per sfondare ciò che non c'era. Le sue cosce si contrassero e sentii un fremito scuoterle il piccolo pene. Ripreso il fiato e fatto tornare il sangue al suo posto, ci cercammo per abbracciarci e coccolarci. Fui felice di abbandonarmi alle sue carezze. Fu lei a staccarsi per prima, a guardarmi negli occhi e a ringraziarmi. La baciai ripetendole per l'ennesima volta quanto fosse bella. Non riuscivo a staccare gli occhi dal suo viso. Era veramente bella. Anche adesso che le lacrime avevano sbavato il rimmel e che il suo rossetto era stato il mio dessert. I sui occhi verdi corsero via dai miei, si posarono in basso sul mio corpo e, poco dopo non avevo più il preservativo ed ero pulito. Ci alzammo dal letto e, raccolte le nostre cose, andammo insieme verso il bagno. Mi indicò la doccia. Le dissi che volevo dormire con addosso il suo profumo e che me la sarei fatta il mattino dopo a casa mia. Prese allora il sapone e mi lavò sciacquandomi nel lavabo. La guardai con tanta voglia di ricominciare. Se ne accorse e mi disse, portandomi di nuovo ad una realtà che sembrava lontana miglia e miglia da li, che le sarebbe piaciuto molto ma che non c'era più tempo. Dovevamo andare. La conversazione fu piacevole nel vestirsi e non si fece scrupoli nel farsi guardare mentre si truccava. Mano nella mano arrivammo alla macchina, salimmo e viste le sigarette, me ne chiese una. Non feci problemi e le dissi di accenderla anche per me. Allungai il tragitto per permetterle di finire la sigaretta e per stare insieme il più a lungo possibile. Alla fine la riaccompagnai al di la della piazzetta, e la salutai sfiorandole le labbra con un bacio per non rovinarle il trucco. Ripresi il viaggio da dove l'avevo lasciato. Arrivai a casa. Erano cambiate molte cose dall'inizio del mio breve viaggio: dall'autoradio ora usciva solo musica ed era una bellissima notte di Maggio. Chiusi i finestrini e presi il pacchetto di sigarette lo aprii per fumarmi l'ultima e trovai la banconota che avevo lasciato sul tavolo di Monica. |