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Racconti Erotici
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Monica
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Scritto da Marco   
Era insolitamente caldo a Milano per essere la fine di Aprile. Salii in
macchina, aprii il finestrino e mi accesi la sigaretta. La radio
trasmetteva la voce di Nick che sapevo mi avrebbe tenuto compagnia fino
all'arrivo a casa.

Ero stato a cena a casa di Anna trascorrendo la serata in compagnia sua
e delle sue compagne di appartamento.
Cinzia, la sua migliore amica nonché compagna di corsi, indossava il
solito fuseaux nero e la maglietta corta che usava in palestra. Ormai
c'ero abituato, ma la sua terza abbondante sui suoi 43 chili per 1,70
faceva sempre un certo effetto.
Alessandra invece era giù da gara: un paio di shorts di jeans dai quali
usciva mezza chiappa per lato ed una canotta bianca di cotone
elasticizzato che evidenziava il seno piccolo, tondo e sodo, lasciando
intravedere le grosse areole scure da cui sporgevano capezzoli ai quali
ci si poteva appendere il cappotto.
Povera la mia ciccia, non poteva competere! Non appena fu possibile
sbotto in un secco: "TROIA! Non può mettersi una tuta come facciamo
noi?" trovando un naturale ma ipocrita sostegno in Cinzia.
La mia reazione fu, sotto certi aspetti, più dura.
Al momento di salutarla sulla porta con un bacio, notò, oltre al mio
calore, il gonfiore nei mie pantaloni, ma fortunatamente se ne
attribuì il merito.

Avviai il motore e, vista l'ora, decisi di attraversare la città. Fare
venti chilometri di tangenziale non mi andava, e poi avrei visto qualche
giovane prostituta che avrebbe contribuito a tenermi su il morale: la
circonvallazione ne era piena.

Viaggiavo piano osservando le ragazze. Pensando che non erano vestite
poi molto diversamente da Alessandra, le sorridevo e rispondevo ai
saluti e agli ammiccamenti di quelle più carine.
Al semaforo di corso Indipendenza mi si affiancò un'Audi.
Dal finestrino sporgevano un viso da bambolina e un seno procace stretto
nel push-up. Riconobbi la ragazza, avevo ricambiato un suo bacio al volo
poco più indietro. Inginocchiata sul sedile con il sedere messo in bella
mostra all'attempato autista, sembrava insensibile alla mano che, alzata
la minigonna plissè, palpava insistentemente tutto ciò che poteva.
Con voce la squillante dall'accento slavo, la bambolina mi chiese una
sigaretta. La tirai fuori dal pacchetto e gliela porsi.
Nel prenderla mi tenne la mano tra le sue e guardando prima la sigaretta
poi me, mi propose di passare dopo me mezz'ora che me l'avrebbe ridata.
Declinai cortesemente e lei maliziosa insistette proponendomi di passare
un altro giorno, l'offerta era sempre valida.
Le sorrisi lusingato dalla sua insistenza. Non avevo dubbi che fosse
sincera, ma ringraziai, mi liberò la mano.

Venne il verde. La salutai mandandole un bacio che ricambiò. L'attempato
autista mi lasciò sfilare davanti a lui. Guardando nello specchietto
retrovisore, vidi la biondina accomodarsi sul sedile ed accendersi la
sigaretta. Le sue mani curate, il tocco morbido, la pelle liscia, gli
occhi azzurri, di ghiaccio e il gioco di allusioni di prima, avevano
eccitato.
Per la terza volta nella serata il cavallo dei pantaloni mi stava dando
fastidio. Lo sistemai e svoltai a sinistra.
Lasciando la circonvallazione presi una strada che portava verso Nord.
Da li a poco avrei visto seni al vento, chiappe all'aria e, purtroppo,
qualche uccello fuori dal nido.
Le scariche di testosterone improvvise, infatti, mi fecero venire voglia
di fare una deviazione per continuare questo piacevole su e giù.

Stavo andando nella zona dei "viados" (in quel periodo non si usava dire
transessuali e la zona attorno alla stazione di Porta Garibaldi ne era
addirittura affollata).
Avevo già fatto dei puttan-tour con amici, più che altro era gente di
fuori Milano a cui si faceva vedere qualche gran pezzo di gnocca per poi
rivelargli che avevano sotto una fava di tutto rispetto. Altre volte
passavo di li per tornare a casa.
In ogni caso vedere dei bei corpi mezzi nudi mi faceva salire la
pressione, che prontamente calava nel vedere certi scaricatori di porto
mal rasati che tentavano di spacciarsi per donne.
Girai intorno alla stazione, andai in strade dove tutti erano in colonna
a guardare, in vie dove, per passare un incrocio, ci si impiegava un
quarto d'ora e si veniva abbordati venti volte. Con qualche viado
scambiai qualche battuta, ma il mio gusto era soprattutto quello di
guardare pur sapendo che anche la più bella di quella zona era pur
sempre un uomo.

Decisi che era ora di smetterla e di tornare a casa, avrei scaricato li
le mie voglie masturbandomi. Di meglio non si poteva fare.
Passai davanti alla stazione, al Monumentale e poi, poco dopo una
piazzetta  piena di viados, notai una ragazza mora, ricciola. Era
vestita con una camicetta a maniche corte chiara, di un colore pastello
che la luce giallognola dei lampioni non lasciava definire, una gonna
sobria, nera, al ginocchio, con due spacchi sul davanti, molto aderente
sui fianchi e sandali eleganti, anch'essi neri, con laccio alla caviglia
e tacco alto.
Riuscii a vederla bene perché ero il primo della fila al semaforo e lei
era poco dopo l'angolo opposto al mio, ferma appena giù dal marciapiede
davanti all'ampio passo carraio di un garage.
Aveva anche una giacca nera piegata sul braccio che reggeva anche una
piccola borsa. Mi diede l'impressione che stesse aspettando qualcuno,
forse un taxi.
Quando le passai davanti e la guardai, mi sorrise. Conoscevo
quell'espressione. L'avevo vista non più tardi di un'ora fa dalle
ragazze della circonvallazione. Pensai di essermi sbagliato, era in zona
monumentale ed era troppo vestita per essere un viado. D'altronde non
poteva essere una ragazza, non glielo avrebbero permesso. La mia
conclusione fu di aver sbagliato a capire il sorriso.
Il dubbio, però, rimaneva.
Feci un giro per tornare in quel punto, quasi convinto di non trovarla
più ma incuriosito di sapere cosa facesse li a quell'ora.
Arrivai sulla piazzetta dal senso opposto a quello precedente e la vidi.
Un altro rosso mi diede il tempo di osservarla ancora: un metro e
sattantacinque circa, vita stretta un bel viso ben disegnato dal trucco
non eccessivo. Era una donna.
Verde. Girai intorno alla piazzetta deciso a scoprirlo e mi fermai
abbassando il finestrino. L'accento portoghese e la voce, seppure molto
meno maschia di altre, fecero spostare l'ago della bilancia a favore del
trans. I modi nel porsi e nel proporre il "tariffario" lo facevano
pendere a favore della donna. C'era un'unica cosa che non pendeva;
almeno sperai fosse l'unica.

Le chiesi di salire in macchina per parlarne mentre si faceva un giro,
lei accettò, si accomodò in macchina e partimmo.
Nonostante i finestrini aperti mi arrivò subito il suo profumo dolce,
fresco, di fiori, di frutta. Dava l'idea dei profumi usati dalle
adolescenti senza però averne l'invadenza.
Le guardai il viso per cercare di risolvere il mio dubbio e mi si
presentarono due occhi verdi, una bocca carnosa, un naso leggermente
schiacciato e i tratti somatici tipici da mulatta, ma su una carnagione
chiara. Era molto bella. Non riuscii a darle un'età. Sicuramente non era
giovanissima, lo si capiva  dai particolari, della cura del trucco,
dall'abbigliamento, dagli sguardi.
Mi presentai con un nome falso e le chiesi il suo per rompere il
ghiaccio. La sua voce non suonava più maschia ma calda, sexy. Non mi
sentivo a mio agio, non riuscivo a capire, ma nello stesso tempo non
volevo chiederle esplicitamente se fosse un transessuale e lei non me lo
disse.
Pensai di terminare l'avventura chiedendole di andare a casa sua e poi
rifiutare per ragioni economiche. Mi spiazzò. Era quello che mi aveva
"esposto" prima e precisò che lei non lavorava in macchina per strada:
aveva paura. Non mi potei, o non volli, rifiutare.

Mentre mi indicava la strada per casa sua, tentai di convincermi che, se
anche fosse stata un transessuale, non sarebbe stata la mia prima
esperienza omosessuale. Masturbazioni di gruppo ne avevo fatte da
ragazzo e, a militare, avevo lasciato che un uomo mi facesse un servizio
orale sulla poltrona di un cinema porno. Avrei potuto comportarmi allo
stesso modo e lasciar fare a lei. Questi pensieri ebbero l'effetto di
far cadere in picchiata il mio entusiasmo, ma di stuzzicare la mia
curiosità. Giunti in prossimità di casa sua mi fece parcheggiare, scese
dall'auto, attraversò la strada e si avviò verso casa sua. Chiusi la
macchina e la seguii.
La guardavo camminare. Non poteva essere che una donna, e che
donna. La camminata così sicura sui tacchi alti, il sedere alto, i
fianchi ampi in contrasto con la vita sottile ricordavano le attrici dei
film in bianco e nero. Mancavano due misure di reggiseno e poi sarebbe
stata una maggiorata anni 50. La sua femminilità mi travolse; la
raggiunsi e la presi per mano. Ricambiò con una stretta morbida ma
decisa, si girò, mi sorrise e mi indicò il suo palazzo.

Arrivammo davanti al portone di una casa di ringhiera, lei aprì ed
entrammo. Attraversammo tutto il cortile per imboccare lo scalone di
pietra nera nell'angolo di destra. La sensazione che tutti mi stessero
guardando, anche se in realtà non sentivo voci e non avvertivo
movimenti, mi fece lo strano effetto di eccitarmi. Non mi sentivo in
colpa. Per niente. Ero anzi fiero di accompagnarmi alla bellissima donna
che stava salendo le scale davanti a me e che mi piaceva così tanto.
Il suo appartamento era il secondo sul ballatoio del secondo piano,
entrammo accolti da una luce giallo tenue, calda che proveniva da una
lampada a terra vicina al divano posto sulla destra. Era la tipica casa
di ringhiera ristrutturata con il primo ambiente che faceva da zona
giorno e cucinotto e una porta che dava sulla zona notte. Era ordinata,
arredata in modo funzionale, vissuto e adatto a viverci.
Mi sentivo a casa sua, non in pied-a-terre.

Chiuse la porta e si appoggiò al mio braccio per spogliarsi i sandali
che posò su una piccola cassapanca all'ingresso. La ressi per aiutarla,
e finito, mi accorsi che era leggermente più bassa di me. Non le lasciai
il tempo di spostare il suo braccio sinistro dalla mia spalla e, facendo
pressione con il mio destro rimasto dietro la sua schiena, la feci
ruotare fino trovarmela di fronte. Cominciai a carezzarle il viso con la
mano sinistra. Mi prese la testa fra le mani, si avvicinò, mi diede un
bacio leggero sulle labbra e dicendomi di aspettarla un minuto e di
accomodarmi, si allontanò il direzione della porta chiusa.
Spogliai le scarpe e le calze, le misi accanto alle sue e andai fin sul
morbido tappeto davanti al divano guardandomi attorno. Portafoto di
varia foggia sparsi ovunque la ritraevano sempre in compagnia di
persone che parevano essere suoi familiari. Una mi colpì. La donna con
lei era sicuramente sua madre, sembrava di vedere lei invecchiata di
quindici o vent'anni, con i capelli raccolti, il volto di chi ha
lavorato duramente una vita, ma con lo stesso sorriso e la stessa
malinconia negli a occhi.
"E' mia mamma" disse arrivando da dietro e appoggiandosi alle mie spalle
con gli avambracci. Le dissi che era bella come lei e che si
somigliavano molto. Mi abbracciò passando le mani sul petto e mi  ringraziò.
Chiesi del bagno e, quando tornai, la vidi seduta sul divano con i
gomiti appoggiati alle ginocchia strette, le mani unite per i polsi a
reggere il mento e con la stessa aria di attesa di prima. Mi venne in
mente che non avevamo ancora sistemato il lato economico della faccenda,
così estrassi il portafogli dalla tasca e le porsi quanto chiesto. Si
alzò dal divano e mi fece cenno di appoggiarli sul tavolo dietro di me.
Mi assalì di nuovo il dubbio. Uomo o donna.

Non lo sapevo ancora, non volevo saperlo ora che si avvicinava e sentivo
più forte il suo profumo.
Era di fronte a me. Le sue mani m'accarezzavano le spalle e il collo, le
mie salirono dai suoi fianchi a seguirne il profilo fino a sfiorare il
seno ed arrivare alle spalle. Scendendo cominciai a slacciare i bottoni
della camicetta. Uno, due, il seno mi apparve dalla scollatura. Tre,
quattro, il reggiseno con i ferretti non era imbottito. Cinque, sei.
Finiti. Allargai le braccia per sfilarle la camicetta e le sue mani
scesero veloci sul mi petto fino alla cintura che slacciò lentamente per
poi continuare con i bottoni dei jeans. Stava per chinarsi e togliermeli
ma fui più svelto, le spogliai la camicetta e l'appoggiai sulla poltrona
in parte a noi.
Continuò lei l'opera. Non feci nulla per aiutarla. D'improvviso avvertii
il calore della sua bocca sul mio pene attraverso gli slip, infilai le
dita nei folti ricci neri freschi di permanente e mugugnai più volte il
suo nome. Quando si staccò per sfilarmi i calzoni, tolsi velocemente la
polo e la misi sulla sua camicia.
Le posai le mani sulle spalle per farla continuare ma lei, lentamente,
salì strusciando i seni sul mio corpo, le mie mani le scorsero sulla
schiena fino a trovare l'allacciatura della gonna che, una volta aperta,
scivolò sui fianchi con il leggero fruscio dato dal contatto della
fodera sulle culotte di seta. Si chinò a raccogliere la gonna e i
pantaloni rimasti sul pavimento, si raddrizzò restando davanti a me con
quel completo intimo color pesca, che quasi si perdeva nella tonalità
data dalla luce tenue della lampada alla sua pelle.
Mi chiesi se era possibile che un gesto così banale fosse eseguito con
più femminilità e più grazia da una donna o da un uomo.
La risposta arrivò guardandola camminare davanti a me dopo avermi preso
per mano per portarmi nella sua camera. Davanti alla dolcezza di quel
gesto non mi trattenni e, cingendole la vita con il braccio, le dissi
più volte che era bella.

Si sdraiò sul letto guardandomi, con la pianta del piede sinistro
appoggiata sul copriletto ed il ginocchio alzato. Una lampada di carta
di riso emanava luce bianca ma fioca, illuminandole la gamba alzata e
proiettando un'ombra lunga fin sulla parete.
Mi spogliai gli slip e mi sistemai alla sua sinistra, carezzandola.
Le abbassai il ginocchio, facendola girare a pancia sotto per poi
salirle a cavalcioni e cominciare a massaggiarle la schiena.
Slacciai il reggiseno. La sentii rilassarsi sotto le mie cure.
Raccogliendo le braccia sotto la testa girata verso sinistra, chiuse gli
occhi e si lasciò fare.
La sua pelle morbida, setosa, sotto le mani mi dava piacere. La seta
del suo intimo che sfiorava il mio, non fece che aumentare la voglia di
lei. Ora volevo annusare il suo profumo, sentire l'odore dei suoi
capelli, prendere in mano i suoi seni e giocare coi capezzoli.
Le scivolai di dosso tornando a sdraiarmi, su un fianco, alla sua
destra. Si girò mostrandomi la schiena, appoggiando le natiche al mio
sesso. Il mio massaggio passò dalla schiena al petto. Finendo di levarle
il reggiseno mi riempii la sinistra con un suo seno. Con il braccio
destro attraversai i ricci passandole sotto la testa per stringere l'altro.
Sembrava mi avesse letto il pensiero. Il seno morbido, che stava giusto
nelle mie mani, non sembrava finto, ma aveva il difetto di essere fermo
al suo posto, di non cadere. Il profumo dei capelli era di un noto
shampoo alla frutta, in armonia con il sapore della pelle che nel
frattempo cominciai a baciare.
La feci partecipe dei miei pensieri sulla sua bellezza e sulla sua
femminilità. Appoggiò le mani alle mie e, con il suo aiuto, il massaggio
al seno prese vigore, così come i capezzoli presero ad indurirsi.
Sentii il suo respiro riempirsi, ampliarsi, il mio petto gonfiarsi allo
stesso ritmo e premere sulla sua schiena. Scivolai con la sinistra lungo
il fianco fino alle culotte, la superai, cominciai a carezzarle le gambe
lentamente.
Alzò il ginocchio sinistro verso il petto lasciando la gamba destra
tesa. Non sentivo più il contatto del suo sedere sul mio sesso, in
compenso mi trovai in mano i glutei sodi fasciati di seta. Mi strinsi a
lei e le baciai il collo, mi aiutò spostando la massa di ricci neri. La
nostre mani destre non avevano mai lasciato il seno e non si erano mai
staccate. Presi a carezzarle le cosce, risalii su all'interno e sentii
i suoi genitali.
Cazzo!.
Mi fermai un attimo, un secondo. Si irrigidì. Anche quando ripresi a
carezzarla avvertivo che si era incrinato qualcosa. Avevo sbagliato?
Avrei dovuto prenderglielo in mano?
Continuai come prima, ma lei non stringeva più la mia mano al seno.
Facendo la strada inversa con la sinistra, risalii carezzandole il
fianco fino ad arrivare alle spalla. Il suo respiro era rotto, non più
pieno. Sospirò. Le carezzai il viso e una lacrima mi inumidì il dorso
della mano.
Non mi diede il tempo di parlare. Girò la faccia quasi a nascondersi.
"Hai capito", furono le parole che disse a metà tra l'affermazione e la
domanda. Non potevo non aver capito e lei lo sapeva, ma cercava,
esattamente come avevo cercato io per tutta la sera, di evitare questo
momento. E' strano come, in certe situazioni, le fragilità degli altri
sembrino dare impulsi positivi alle nostre azioni. Provai tenerezza per
quella ragazza che avevo coccolato tutta sera e che adesso aveva paura.
Si, era paura. La mia paura di trovarmi davanti un uomo era,
probabilmente, molto minore della sua di non essere vissuta come donna.
Ricominciai a carezzarle il viso, mi inginocchiai rivolto verso lei e la
  feci voltare per farle illuminare il volto dalla debole luce della
lampada. Le sorrisi e le spiegai che non mi importava dei sui attributi,
che volevo continuare a fare l'amore con la donna più bella che avessi
mai avuto e che, se avesse voluto, non l'avrei più toccato. Mi chiese se
mi imbarazzava e le dissi di no, che volevo però farla sentire il più
possibile donna e che avrei evitato di toccarle i genitali. Divertita
mi disse che non si era mai sentita così donna ma che avremmo rovinato
tutto se cercavamo di ignorare ciò che lei era. Mi chiese solo di non
masturbarla e di non farle prendere un ruolo attivo, tutto il resto
sarebbe andato bene.

Mi tese le braccia, mi chinai verso lei e stetti con la guancia poggiata
sul suo petto finché allentò la presa, poi le asciugai gli occhi con i
pollici e, passando le mani nei capelli, portai la sua bocca sulla mia e
la baciai dolcemente.
Dopo che le parole avevano abbassato i livelli di ormoni, il bacio li
fece schizzare alle stelle. Fu come ricominciare daccapo con la
consapevolezza, però, di non dover temere più nulla e non poter
commettere altri errori. Cominciammo a giocare.

Mi tirai nuovamente in ginocchio. Poggiando un piede sul mio petto mi
spinse delicatamente giù dal letto. Dopo un breve massaggio al piede
condito da complimenti feticisti, si sedette di fronte a me e cominciò a
darmi piccoli baci sul pube. Tenendo in mano i testicoli prese a
baciarmi anche il glande. Piccoli bacetti, senza mai prenderlo in bocca,
su e giù per il pene, su e giù dal pene, mentre con le mani mi toccava
il sedere, la schiena e il petto, la carezzavo, e il mio respiro si
affannava, stavo tremando. Ad ogni suo bacio le gambe provavano una
scossa. Si allungò verso la mensola che fungeva da comodino per prendere
i preservativi. Le chiesi di aspettare e mi inginocchiai davanti a lei.
  L'unico indumento che avevamo indosso erano le sue culotte. Volevo
levarle. Volevo togliere anche quell'ultimo velo che nascondeva una
verità non più scomoda, ormai accettata.
Si stese sul letto e inarcò la schiena per facilitarmi il compito.
Mi trovai di fronte le sue gambe lisce che baciai risalendo fino al pube
rasato. Era la prima volta che sentivo il contatto di un pene sulla
faccia. Al contrario di quanto sempre pensato, non mi diede fastidio;
forse perché molto piccolo e completamente moscio, forse perché ormai i
miei freni inibitori sembravano quelli della bicicletta di Bugno in
fondo alla discesa del Mortirolo o, più probabilmente perché non
esisteva più un transessuale in quel letto. Continuammo a giocare.

Si improvvisò padrona e mio ordinò di leccarle l'ombelico, poi la
pancia, poi i seni, prima il sinistro poi il destro. Obbedii, ma fui
monello quando mi ordinò di non leccarle i capezzoli, così mi sculacciò
piano. Ridemmo abbracciati. Ci guardammo negli occhi e ci baciammo con
passione. La stessa passione che segnò tutti i gesti, gli sguardi e le
parole successive. In crescendo.
Ci stringemmo forte petto contro petto, sesso contro sesso. Le sue dita
artigliate nella mia schiena. Le mie mani pressate sul suo fondoschiena
e dietro il suo collo.
La volli sopra di me. Sentivo la riga tra le sue natiche accogliermi e
massaggiarmi allo stesso ritmo con cui le torturavo i seni. Lo sguardo
dolce scomparso. Gli occhi le brillavano di voglia.
Senza scendermi di dosso, prese il preservativo si girò e coprì la mia
cappella. Il resto fu coperto dopo che uscì la prima volta dalla sua bocca.
Mi stava facendo un pompino stupendo, e io avevo di fronte agli occhi,
non più il suo viso ma le natiche aperte e il suo piccolo membro moscio.
Fui veramente tentato di prenderlo in bocca. Mentre le solleticavo l'ano
pensavo a che sensazione mi avrebbe dato riempirmi la bocca della sua
carne, sentirla gonfiare sotto i colpi della mia lingua, sentire il suo
sperma caldo in gola. Mi trattenni. Le avevo promesso di trattarla come
una donna.

Le chiesi di scendere, più che altro perché la mia resistenza era stata
minata dalla sua bravura e dai miei pensieri. Sdraiato sul fianco
sinistro, la feci sdraiare sullo stesso fianco in modo tale da mantenere
la posizione di prima. Lei riprese subito. Mi arresi. Mi concentrai su
come farla godere e mi ricordai di un gioco che mi aveva fatto Anna e
che mi era piaciuto un sacco.
Scorrendo con la destra dalla coscia al pube, spostai i genitali e mi
portai verso l'ano fermandomi alla base del pene nel punto che
corrisponde, più o meno, alla vagina femminile. Cominciai a masturbarla
con l'indice e il medio, come quando da ragazzino toccavo le prime
femmine: senza entrare e con un movimento circolare.
Le piacque. Rallentò e mi diede una piccola tregua. Si staccò da me per
dirmi, ansimando, di non smettere, di andare avanti così. Sentirla così
eccitata mi rese felice. Avevo ottenuto il mio scopo. Le palpai con
forza i glutei e le baciai le cosce leccandola e mordicchiandola. Non la
trattenni più.
Si scatenò in un su e giù profondo che mi faceva sparire completamente
nella sua gola. Sentii il mio orgasmo arrivare violento. Gridai il suo
nome ad ogni suo affondo e spinsi le dita come per sfondare ciò che non
c'era. Le sue cosce si contrassero e sentii un fremito scuoterle il
piccolo pene.

Ripreso il fiato e fatto tornare il sangue al suo posto, ci cercammo per
abbracciarci e coccolarci. Fui felice di abbandonarmi alle sue carezze.
Fu lei a staccarsi per prima, a guardarmi negli occhi e a ringraziarmi.
La baciai ripetendole per l'ennesima volta quanto fosse bella. Non
riuscivo a staccare gli occhi dal suo viso. Era veramente bella. Anche
adesso che le lacrime avevano sbavato il rimmel e che il suo rossetto
era stato il mio dessert.
I sui occhi verdi corsero via dai miei, si posarono in basso sul mio
corpo e, poco dopo non avevo più il preservativo ed ero pulito.
Ci alzammo dal letto e, raccolte le nostre cose, andammo insieme verso
il bagno. Mi indicò la doccia. Le dissi che volevo dormire con addosso
il suo profumo e che me la sarei fatta il mattino dopo a casa mia. Prese
allora il sapone e mi lavò sciacquandomi nel lavabo. La guardai con
tanta voglia di ricominciare.
Se ne accorse e mi disse, portandomi di nuovo ad una realtà che sembrava
lontana miglia e miglia da li, che le sarebbe piaciuto molto ma che non
c'era più tempo. Dovevamo andare.

La conversazione fu piacevole nel vestirsi e non si fece scrupoli nel
farsi guardare mentre si truccava. Mano nella mano arrivammo alla
macchina, salimmo e viste le sigarette, me ne chiese una. Non feci
problemi e le dissi di accenderla anche per me. Allungai il tragitto per
permetterle di finire la sigaretta e per stare insieme il più a lungo
possibile. Alla fine la riaccompagnai al di la della piazzetta, e la
salutai sfiorandole le labbra con un bacio per non rovinarle il trucco.
Ripresi il viaggio da dove l'avevo lasciato. Arrivai a casa. Erano
cambiate molte cose dall'inizio del mio breve viaggio: dall'autoradio
ora usciva solo musica  ed era una bellissima notte di Maggio. Chiusi i
finestrini e presi il pacchetto di sigarette lo aprii per fumarmi
l'ultima e trovai la banconota che avevo lasciato sul tavolo di Monica.
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